L’ultima Medea. Chi sono io? E perché parlano tanto male di me? Il monologo-confessione della tragica eroina in un presunto processo a suo carico

Fonte dell’articolo DIONYSUS EX MACHINA Autore Giuseppe Liotta

Nella splendida cornica naturale del teatro di Segesta viene presentato, alle prime luci dell’alba, il monologo-confessione della tragica eroina classica scritto da Maria Letizia Compatangelo e interpretato da una straordinaria Elena Bucci. 

Quale migliore “testimone a difesa” se non Medea stessa che usando tutte le arti retoriche forensi del “classico” aeropago, unite a quella della moderna giurisprudenza quando, giocando la carta della reductio ad absurdum si trasforma in teste d’accusa di quegli atti e misfatti che da 34 secoli la tengono prigioniera del suo mito, come un calco indelebile nella mente di studiosi e spettatori che hanno provato a interrogarsi sulle ragioni che l’hanno condotta a compiere quelle nefande azioni, quei terribili gesti infanticidi, offre la sua storia ad un pubblico-giuria convenuto in quel magico luogo per ascoltarla ancora una volta. Maria Letizia Compatangelo non istruisce un vero processo all’eroina tragica: ci sono i fatti, ma non gli atti d’accusa; nessuno l’ha mai costretta a rispondere della sua condotta omicida, frutto di una “personalità criminale”, che aveva dato già prova di sé in tempi non sospetti, quando in fuga dalla Colchide con Giasone uccide, straziandone il corpo e disperdendone i resti in mare, il fratello Apsirte; nessuna l’ha mai condannata; questo esige adesso: che si metta fine a questa millenaria assenza di Giudizio, non tanto in nome della verità, ma della Legge scritta.

Intrigante richiesta e quesito che la Compatangelo risolve sul piano drammatico entrando nella mente della protagonista alla maniera di David Lynch (L’impero della mente, Eraserhead, Strade perdute), inseguendone tutti i misteri, le ambiguità e gli abissi, in un labirinto di rifrazioni piccole e grandi in cui Medea si riflette, si esalta e precipita, a volte con terrore, spesso con voluttà e desiderio. Fra “rêverie” (dove trova ampio spazio un immaginario molto privato che la perseguita come perpetua ossessione), e vecchi ricordi perduti nel tempo, ma sempre intensi e presenti nella sua sfera affettiva, la maga, la madre assassina, la donna innamorata e delusa dal “peggiore degli uomini” desidera solo d’essere lasciata in pace, e che una sentenza definitiva le permetta di vivere nel silenzio più assoluto i suoi segreti più intimi e personali, che come le donne di Marguerite Yourcenar, soltanto lei veramente conosce. Ne viene fuori una “lettura” trasparente e avvincente del mito dentro cui lo spettatore è invitato ad immergersi e partecipare. Come hanno fatto i tanti giovani che hanno assistito alla “prima” dello spettacolo al Teatro Antico di Segesta, iniziato alle 5 del mattino per concludersi all’alba, al levare del sole, sul cui carro, nella sua immanenza scenica non è più destinata a salire.

Elena Bucci, che insieme all’autrice ha curato la regia di questo singolare e affascinante evento performativo, trova in un lucido e incisivo tracciato analitico la strada più giusta, anche da un punto di vista iconico, per restituire in scena l’immagine di una figura femminile “fuori dal tempo”, fino a raffigurarla in una astrazione déco piena di influssi e gesti medio-orientali, di estrema raffinatezza simbolica e sintattica. La sua è una Medea “costretta” a vivere una storia, ormai non più sua, da cui vorrebbe liberarsi, e lo fa nell’unico modo per un’attrice possibile: trasformarla in recita: algida e appassionata nello stesso tempo. Splendide le luci di Luigi Galatioto, che sembrano fare a gara con quelle naturali che trascolorano dalla notte al primo giorno, e soprattutto le musiche di Germano Mazzocchetti, tradotte in scena da un’impressionante ed efficace variazione sonora eseguita alla fonica da Raffaele Bassetti. Entusiasti gli applausi, alla fine.

Processo a Medea, di Maria Letizia Compatangelo. Regia di Elena Bucci e Maria Letizia Compatangelo. Musiche di Germano Mazzocchetti, a cura di Raffaele Bassetti. Luci di Luigi Galatioto. Con Elena Bucci. Prod. Teatro della Città. SEGESTA

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