Fonte: Il Rossetti – Teatro stabile del Friuli Venezia Giulia

Prometeo era un Titano buono, sapiente e vicino all’umanità. Aveva creato i primi uomini, plasmandoli dalla creta ed aveva insegnato loro tutte le arti: architettura, astronomia, matematica e medicina, l’arte della navigazione e di lavorare i metalli…
Fu amico di Zeus e quando il dio olimpico si scontrò con Crono, lo appoggiò; ma seppe anche scatenarne l’ira quando si oppose al volere di Zeus che aveva punito gli uomini togliendo loro il fuoco. Prometeo rubò alcune braci dal carro del Sole per restituire il fuoco – e con esso la luce, il calore, la vita – all’umanità. La reazione di Zeus fu allora terribile: fece incatenare il Titano a una montagna del Caucaso e incaricò un’aquila (o nelle più antiche versioni del mito, un avvoltoio) di tormentarlo ogni giorno mangiandogli il fegato. E per far sì che Prometeo non morisse rendendo il suo supplizio una punizione perpetua, il dio fece sì che la parte straziata si rigenerasse ogni notte. La pena durò per interi millenni finché, sbollita la rabbia, il re di tutti gli dei decise di perdonarlo e ordinò ad Eracle di liberarlo e di uccidere l’uccello rapace che l’aveva tormentato.

Fino a qui il racconto mitologico, da cui nel corso dei secoli sono germogliate moltissime opere letterarie e teatrali: Letizia Compatangelo in Aquila sapiens sapiens immagina una prosecuzione del mito con un finale inedito e sorprendente. Singolare il punto di vista che l’autrice – interessante drammaturga e traduttrice della scena contemporanea – sceglie per questo lavoro: protagonista del monologo infatti, per la prima volta, non è il coraggioso Titano ma l’avvoltoio. Avvertito da Prometeo, infatti, l’uccello ha potuto scansare la freccia di Eracle che lo ha soltanto ferito ed ora è lui a raccontarci la sua versione della storia: fra il prigioniero e il torturatore infatti, nel tempo si era creato un profondo legame. L’avvoltoio nutrendosi del suo fegato, ne aveva a poco a poco assunto l’intelligenza, la capacità di dedurre, la curiosità… Ecco allora la trasformazione: diviene una maestosa e perspicace aquila, inizia con il Titano un dialogo intenso, come un discepolo con il maestro, conosce l’arte, l’estetica, la lealtà.
Un testo originale, metaforico, denso d’ironia e induzioni, che lo Stabile produce ricollegandosi al filone di ricerca sui classici greci e affidando il ruolo di protagonista a uno dei suoi attori di punta. Nella sapiente e vigorosa espressività del grande Osvaldo Ruggieri lo spettacolo trova il suo interprete più adatto.