Articolo di Francesca Masante (Poetessa e scrittrice)

Nel buio del palcoscenico l’unica cosa che si riesce a intravedere è il profilo di un viso, fievolmente illuminato. Poi esplode la voce. Potente, ritmata, a tratti sincopata. Spezzata in qualche momento dal filo di un’emozione soverchiante o ridotta a un sussurro, pura domanda, preghiera che non attende più risposta, compiuta in se stessa. O stridente, disturbante gracchiare che pizzica fino allo spasmo i nervi e la mente dello spettatore. E’ l’interpretazione, intensa e partecipe, che Bruno Pennasso offre del testo lirico “Aquila sapiens sapiens” di Maria Letizia Compatangelo, una digressione colta e sapiente, sul filo ironico e misurato del “mito modernismo”, della vicenda classica del titano Prometeo. Se è vero che il teatro è essenzialmente parola, il monologo ininterrotto di Bruno Pennasso ne è una limpida esemplificazione. Non si avverte un attimo di noia nei settanti minuti della rappresentazione, tutti condensati in un unico atto. Il palcoscenico spoglio e nudo del teatro Astra diventa lo spazio dove si dipana un dramma alto e sublime, l’acquisizione della conoscenza- di sé in primo luogo e della propria natura umana- nel fronteggiarsi dell’avvoltoio, figura classica del mito, poi aquila, poi -forse- uomo neo-nato, e del grandissimo, soverchiante titano.
Ritmato dalla voce di Bruno Pennasso, prende vita innanzitutto lo scenario in cui si collocherà questo ambiguo, sfaccettato rapporto. Sembra di seguire il viaggio dell’avvoltoio dai campi amati, perché ricchi di cibo sanguinolento e maleodorante, alla montagna, aspra e selvaggia, dove lo attende il suo nuovo cibo, che è il fegato, ricco, nauseante, denso di umori, di Prometeo.
La voce dell’attore è come un battere d’ali. Ma poi si fa esitante, spezzata, ridotta a un tremito e a un sussurro, nel ricreare lo spazio, fisico e interiore, del rapporto tra i due. Un rapporto ambiguo, innanzitutto, al di là della chiarezza adamantina e coercitiva dell’ordine di Zeus. Perché l’aquila, divorando giorno per giorno, con disgusto e pena, il fegato del titano, scopre in sé una fame nuova: e Prometeo, nella sofferenza lancinante di sentirsi straziato quotidianamente nella sua più intima essenza, supera il tormento nella condivisione di sé.
In questa gnoseologia della sofferenza, che si fa poco per volta acquisizione e conoscenza, si definiscono anche i termini del rapporto tra i due: prima pena, poi quasi nausea e fastidio, poi qualche cosa che sempre più assomiglia al bisogno e alla necessità, sino a sfiorare l’assoluto dell’amore.
Un’alchimia sacrale dà vita al più complesso processo di trasformazione: la via che dalla coscienza porta alla conoscenza. Ma per arrivare a tanto bisogna passare attraverso una gioia cupa, sofferta e crudele.
Lo spettatore all’inizio ne è assolutamente inconsapevole. Sente scivolare su di sé parole e immagini. Vede il buio del teatro animarsi di bagliori che non sono ancora luci. Poi all’improvviso – e non sa spiegarsi come né perché- è lì: rannicchiato ai piedi del titano sanguinante, aggrappato alle nude asperità della montagna, a struggersi e a tremare per una parola, per un solo sguardo di Prometeo.
Lo spettatore è divenuto aquila. Aquila sapiens sapiens, beninteso. Ma l’approdo alla conoscenza, con il superamento vertiginoso del proprio limite, non mette al riparo dal dolore. Diventare umani significa imparare a soffrire. La magia della parola trasforma in settanta minuti un avvoltoio gracchiante in un uomo senziente. Fa anche di più. Restituisce allo spettatore la misura, piena e corposa, della sua stessa natura umana, ricca di domande, di anelito e di desiderio. Il teatro, come rappresentazione, non potrebbe fare di più per introdurci alla verità dell’essere.